«Il mio Tor des Géants: un sogno sospeso»

E’ stata l’edizione più fredda in assoluto. Il Tor de Géants 2019, svoltosi lo scorso 8/15 settembre, è stato come sempre un evento memorabile, una prova estrema che ha visto 40 ritiri nelle prime dieci ore, altri 70 durante la prima notte. Perché si sa, in questa gara è la testa ad essere messa a dura prova e a resistere sono in pochi. La corsa di Riccardo Nalin, nonostante tanti e duri allenamenti e mesi di preparazione, è finita dopo 30 ore, 87 chilometri percorsi. Un rammarico che brucia ancora dopo qualche settimana, ma che va al di là dei numeri e dei risultati perché  «il trail più duro al mondo», 330 chilometri da percorrere in un tempo massimo di 130 ore, non è solo una competizione sportiva, ma una prova di vita oltre i limiti fisici e mentali. Un vissuto che lascia in sospeso un grande sogno e tanta voglia di tornare a provare.

Come è andata l’avventura? Quando hai deciso di abbandonare la sfida?

«Avevo fantasticato molto su questa avventura. Sono partito benissimo, mi sentivo in gran forma. A un certo punto ho accusato un dolore alla schiena, probabilmente per il freddo e il peso dello zaino. Mi trovavo a 1.200 metri di altezza ed ero in partenza per il colle di Entrelor, 3.050 metri. La salita, in media di circa 3 ore, per me è durata 5 ore. Ogni respiro era una pugnalata alla schiena. La base-vita dove avrei potuto avere soccorso era a 17 chilometri. Sono arrivato al primo punto ristoro lungo la strada. Mi aspettava il Col Loson, 3.300 metri, 5 ore di salita e altre 3 di discesa. La temperatura percepita era di -18 gradi. Il dolore troppo forte. Qui ho capito che era finita: stavano passando le scope e mi avrebbero intercettato e automaticamente escluso dalla gara. Un pulmino mi ha portato a Courmayeur al Palazzetto centrale dove ho fatto il ritiro ufficiale. Riscontrata forte contrattura dorsale».

Qual è il rammarico più grande?

«Ero convinto che sarei arrivato fino in fondo. Stavo bene, a parte la contrattura e una naturale stanchezza, la testa funzionava benissimo. La notte ho fatto l’esperienza di camminare con gli occhi chiusi. Me l’avevano detto, ora so che è possibile. La testa si stacca dal corpo e va più avanti. Da provare. Mi mancavano 13 chilometri alla base vita, ma nelle condizioni in cui mi trovavo ci avrei messo 10 ore. E’ un momento difficile quello in cui si decide di dire basta. Il dispiacere è avere alle spalle tanto allenamento e tante aspettative e dover mollare. Eppure quello che ho visto e vissuto è bastato a lasciarmi la nostalgia di voler tornare. Ho visto paesaggi immensi. Tornerei solo per quelli. Un’alba bellissima, sole che illuminava una parte di Monte Bianco. Colori pazzeschi».

Qual è la prova più grande?

«Di giorno è come avere il fuoco dentro, c’è euforia, adrenalina, entusiasmo. La prova vera è la notte: la solitudine, il buio, il freddo, la lontananza da casa. E’ un contesto che scopre i nostri limiti, che fa riflettere, che fa prendere coscienza e in certi momenti ci trova impreparati. Mi sono fermato di notte accanto alla lapide del runner cinese morto nel 2013 durante la sua corsa. Sulla lapide c’è incisa la poesia che lui aveva scritto il giorno prima della partenza per la gara. Ho passato le ore successive con un magone indescrivibile».

Riproverai?

«E’ una sfida personale. Ti prende dentro, è la passione. Vale per tutte le cose della vita. E’ un resoconto di tutti sacrifici fatti in tanto tempo di allenamenti. Ripartirei subito, anche col dolore. E’ un sogno. Rimane fisso, soprattutto se si è stati a un passo dal realizzarlo. Penso a quante sfide potrei fare in alternativa, ma la mente torna là. Potevo farcela, potrò farcela. E raggiunto quell’obiettivo, ce ne sarà uno nuovo. Siamo fatti così. Non siamo fatti per arrenderci».