Antonella Brunello, eccellenza bassanese per la medicina

In un periodo in cui si guarda all’Europa solo per le imminenti elezioni, c’è chi in Europa, pur lavorando in Italia,si sta mettendo in luce per le sue capacità. E stavolta non stiamo parlando di un cervello bassanese in fuga, ma di un oncologo rimasto a lavorare in Italia, all’Istituto Oncologico Veneto–IRCCS di Padova, una struttura di primo piano a livello nazionale. Si tratta di Antonella Brunello, 40enne, specialista di sarcomi dei tessuti molli e tumori dell’osso, di neoplasie alla mammella ed in particolare di tumori nei pazienti anziani presso l’Oncologia Medica 1 dello stesso IOV. La sua vivacità di ricercatrice prima di entrare in pianta stabile nella struttura sanitaria patavina, l’ha portata a diventare coordinatrice a livello europeo della task force «Cancer in Elderly» – EORTC con sede a Bruxelles, a cui si aggrappano tante speranze di pazienti anziani. Un riconoscimento alle competenze professionali della bassanese in carriera, che ha frequentato le scuole dell’obbligo a Santa Croce e poi il liceo scientifico «J. Da Ponte». In quel periodo, ma anche nel tempo libero mentre era iscritta a Medicina, dava una mano ai genitori Carmela ed Amedeo nel ristorantino «al Caneseo» in centro a Bassano. Ed è proprio qui che incontriamo Antonella. Forse ingannati anche dal suo aspetto giovanile c’è da restare piacevolmente sorpresi quando elenca gli incarichi extra ospedale: oltre a quello di coordinatrice EORTC è anche componente del direttivo del Gruppo italiano di oncologia geriatrica (GIOGER) e membro della SIOG (Società internazionale di oncologia geriatrica). Inoltre, è stata chiamata a far parte di un planel in qualità di esperta nell’estensione delle linee guida dell’Associazione italiana di oncologia media (AIOM). Laureatasi nel 2003 in medicina e chirurgia, è stata assunta in pianta stabile allo IOV nel 2011 dopo la gavetta da di ricercatrice. «Dopo solo qualche anno di precariato», sottolinea con soddisfazione «ho trovato il posto di lavoro fisso. Motivo per cui mi ritengo una persona fortunata rispetto a tanti altri miei colleghi medici che hanno dovuto prendere la valigia e trovare lavoro all’estero».

Fortuna o merito?

«Dai, diciamo metà e metà: il 50 per cento merito della virtù del Principe ed il rimanente 50 della fortuna come diceva Macchiavelli».

La fortuna dov’era nascosta?

«In Italia ci sono parecchie persone meritevoli che però non riescono ad emergere perché purtroppo il sistema a cui siamo abituati non premia il merito. E’ anche per questo che il richiamo di ricercatori esteri nel nostro Paese è pressoché nullo. Quindi mi ritengo fortunata anche se devo dire che ci ho messo del mio impegnandomi, guardando anche come funzionavano le cose al di fuori dell’Italia. Ho vissuto quasi un anno negli Stati Uniti non badando all’orario di lavoro e ciò mi ha insegnato molte cose».

Non è stata certo fortuna vincere un finanziamento del Ministero della Salute per giovani oncologi.

«Assolutamente no. Anzi è stato importante: è servito per finanziare un progetto di ricerca nazionale per uno studio prospettico randomizzato per pazienti anziani con sarcoma».

Quando ha deciso di fare il medico?

«Alla fine del liceo sono stata indecisa sino all’ultimo se iscrivermi ad ingegneria; poi ha prevalso medicina. Ed ora sono contentissima della scelta fatta: faccio un lavoro che mi piace e non lavorerei un giorno in più se non lo fosse».

Cosa significa fare l’oncologo?

«Incontrare tutti i giorni delle persone che stanno facendo un percorso difficile, con obiettivo la guarigione, ma anche essere di fronte a persone che hanno una situazione di malattia avanzata per le quali si può fare molto ma sapendo che l’obiettivo delle cure non è la guarigione. Proprio per questo si tratta di un lavoro logorante dal punto di vista psicologico».

Di tumore si muore purtroppo ancora.

«L’oncologia è una delle discipline mediche che ha fatto passi da gigante negli ultimi trent’anni. Da malattia incurabile il tumore in taluni casi è diventato curabile, anche se raramente i progressi sono visibili nell’immediato, ma spesso sono frutto di miglioramenti che di volta in volta spostano l’asticella della sopravvivenza e della qualità di vita un po’ più in là».

Prima o poi il tumore sarà sconfitto?

«Faccio fatica a pensare che tutti i tumori siano prima o poi sconfitti. Non esiste un tumore unico ma si tratta di tantissime malattie diverse ma tutte hanno origini multifattoriali. Non si tratta di essere pessimista o ottimista ma realista. La vedo una sfida difficile; guarire da tumore però si può, soprattutto se lo si prende nella fase iniziale. Come? Con una strategia vincente che comprende il trattamento locale (chirurgia e/o radioterapia) e terapie sistemiche (chemioterapia, terapie endocrine, terapie a bersaglio molecolare, immunoterapia). Aggredendoli da più fronti è più facile farli vacillare e, chissà, in futuro anche sconfiggerli».

Guarire: per lei cosa significa?

«Nella mia testa vuol dire una sola cosa: ti tolgo tutte le terapie oncologiche e tu starai bene lo stesso. Cioè torni ad avere le stesse probabilità di ammalarti che ha un soggetto sano».

La cosa più importante in oncologia?

«La personalizzazione delle cure».

Cos’è l’EORTC?

«L’“European Organization for Research and Treatment of Cancer” è l’organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro, di cui faccio parte da una decina di anni. Il fatto che l’assemblea di EORTC mi abbia eletta coordinatrice è motivo di soddisfazione, ma anche di una maggiore responsabilità ed impegno non retribuito nel coordinare questo gruppo di oncologi e ricercatori europei per portare avanti gli studi sui pazienti anziani di tumore».

Quali gli obiettivi dell’organizzazione?

«In particolare quello di portare l’attenzione sulle neoplasie dell’anziano spesso poco considerate all’interno degli studi clinici. Una unità di lavoro trasversale nata oltre 20 anni fa e che vuole sviluppare, condurre e coordinare la ricerca clinica con il preciso coinvolgimento del paziente oncologico».

Pensava ad un incarico così prestigioso?

«Assolutamente no. Mi ero occupata del tema negli USA, nel 2006, inviata dall’allora primario di Oncologia geriatrica, il prof. Silvio Monfardini, per un percorso di formazione e di approfondimento al Lee Moffitt Cancer Center in Florida, con i primi pionieristici programmi. Quindi, una volta rientrata in Italia, ho continuato il programma allo IOV con un ambulatorio dedicato al paziente anziano. Contemporaneamente avevo svolto attività di ricerca frequentando il gruppo europeo EORTC che ha il mandato di fare ricerca no-profit, indipendente dalle aziende farmaceutiche».

A detta di chi le lavora accanto è rimasta una persona alla mano legata ad una particolare attitudine e sensibilità per le persone più fragili, gli anziani in particolare. Perchè?

«Un atto dovuto perché i tumori nell’anziano sono estremamente rilevanti dal punto di vista epidemiologico e demografico. Ogni persona ha problematiche diverse e in particolare oltre una certa età è fondamentale considerare la salute complessiva della persona con il cancro, e non solo la cura del cancro. Questo è l’impegno mio e degli altri colleghi nei confronti in particolare degli anziani applicate sistematicamente presso lo IOV».

Quali metodologie di lavoro del gruppo di ricerca europeo?

«E’ diviso in gruppi per patologie e trasversali che si occupano dei tumori dell’anziano ma anche della qualità di vita del paziente oncologico».

I malati della terza età rappresentano un problema nel problema.

«Si tratta di una categoria di pazienti caratterizzata da una profonda complessità e vulnerabilità. Quindi dobbiamo essere loro vicini per identificare i migliori percorsi terapeutici. Ciò non significa che dalla lotta al tumore siano esclusi i pazienti più giovani. Anzi. Però in un ambulatorio, oltre la metà dei pazienti dell’oncologo sono anziani».